Donne nella Storia

Marozia

di Ornella Mariani
Marozia
Marozia

La Pornocratie: letteralmente Governo delle Prostitute e fusione del greco πόρνη, meretrice, e del suffisso cratie, crazia, è quel modulo che sancisce il forte ascendente esercitato sulla Politica da Cortigiane e Favorite; ma, per estensione, ormai indica anche qualsiasi regime corrotto pur continuando a risiedere nella capacità femminile di creare un potere personale attraverso la relazione col Potente.

La racconta negli Annales Ecclesiastici anche Cesare Baronio, definendo con l'espressione Saeculum obscurum quella fosco e drammatica fase dall’888, anno in cui l’autorità dell’Imperatore vacillò gettando l'Europa nel caos, al 1046, anno d’inizio della Riforma gregoriana.

Più in particolare, il termine si riferisce ad una delle più sordide pagine della Storia del Papato, cominciata con Sergio III nel 904 e terminata con Giovanni XII nel 964 quando, stando anche alla testimonianza anche di Liutprando di Cremona, la condotta dei Pontefici fu influenzata da Donne lascive e corrotte ed in particolare da Teodora e Marozia: un tandem Madre/figlia estratto dalla potente famiglia romanda dei Conti di Tuscolo.

I Papi coinvolti furono Sergio III (904- 911), Amante di Marozia; Anastasio III (911-913), figlio di Sergio III e di Marozia; Lando (913-914); Giovanni X (914-928), Amante di Teodora, fatto assassinare da Marozia; Leone VI (928-928) Amante di Marozia; Stefano VII (928-931); Giovanni XI (931- 935), figlio di Sergio III e di Marozia; Leone VII (936- 939); Stefano VIII (939-942); Marino II (942- 946); Agapito II (946- 955); Giovanni XII (955- 964)

Gli eventi affondano radice nella notte di Natale dell’800, quando Leone III incoronò Carlo Magno stabilendo un inossidabile principio politico: quale Successore di San Pietro egli era il solo deputato a consacrare gli Imperatori dell'Occidente.

E, malgrado in seguito il Sovrano franco non riconoscesse al Papa il diritto di Mediatore della trasmissione del potere temporale ed investisse della corona il figlio Ludovico, avviando una interminabile querelle su chi dovesse esercitare quel ruolo, proprio l’erede si fece nuovamente proclamare dal Primate, così storicizzandone la prerogativa esclusiva della unzione e della incoronazione imperiale.

Maturò, allora, il principio del Poteri Universali che influenzarono i secoli successivi; che produssero, nell’XI secolo, la drammatica Lotta delle Investiture; che, reggendo il Mondo, si autolegittimarono a vicenda: guidando la Cristianità verso la Salvezza eterna, quale Vicario di Cristo investiva l'Imperatore, laico deputato a solo garantire la stabilità politica.

È in questa concezione si collocò anche la Constitutum Constantini: tale documento, rispetto al quale Costantino avrebbe donato la Pars Occidentalis dell'Impero a Silvestro I, fu prodotto in Scriptoria franchi nella prima metà del IX secolo, spiccandovi la sicurezza militare garantita dall’Imperatore al Papa.

Finché il trono fu occupato da Carlo Magno e la struttura imperiale si tenne salda, la Chiesa mantenne una sostanziale autonomia politica e fu protetta dalla aggressività della Aristocrazia romana; ma, quando l’Impero fu segato dalle contrapposizioni tra Ludovico il Pio ed i figli ed entrò nella crisi che lo frantumò completamente, nell'888, il Papato divenne screditato ostaggio delle fazioni capitoline e locali e perse l’asserita missione spirituale: in circa settant’anni l’Istituzione politica cadde nel disfacimento totale ed anche l’ecumenismo ecclesiale si ridusse ad una squallida municipalità.

Le famiglie patrizie romane: Duchi di Spoleto; Teofilatto; Crescenzi; Conti di Tuscolo,  considerarono il Papato Instrumentum Regni e ne ridussero il raggio di competenza politica e pastorale al solo Lazio.

L'elezione papale, a quel tempo, fondava sulle modalità elettive dei Vescovi del cristianesimo delle origini: in assenza di un Collegio episcopale, il Primate era eletto da tre espressioni sociali del Popolo capitolino: Aristocrazia, Clero, Milizia nei fatti svuotando di contenuto l’asserita ecumenicità, espressa solo da una realtà locale e dai suoi interessi adeguati, di volta in volta, a logiche di fazione.

Giovanni VIII aveva chiesto a Carlo il Calvo la protezione del Patrimonium Sancti Petri dai Feudatari che, parimenti ai Saraceni, profittando della decadenza imperiale, avevano seminato anarchia e violenza.

Decaduto dalla carica, poi, l’ultimo e imbelle carolingio: Carlo il Grosso, la Chiesa si trovò in quella condizione di estrema vulnerabilità che, provocata dalla mancanza di qualsivoglia sostegno politico e militare, la consegnò alla mercé di una Nobiltà corrotta e arrogante.

Invano, Formoso e Giovanni IX provarono a destreggiarsi tra Pretendenti alla tiara dell’ Impero, come Arnolfo di Carinzia, e intriganti Feudatari italiani, come Guido e Lamberto di Spoleto e Berengario del Friuli. Il Primo propose proprio ad Arnolfo di farsi consacrare Imperatore contro i due Spoletani, già incoronati anni prima: l’ambiguità proditoria di questa iniziativa causò l'odio della fazione filo-spoletina contro un Papa che, in dispregio delle norme canoniche fissate dal Concilio di Nicea del 325, era già stato precedentemente Vescovo di un'altra sede: … per i molti tumulti ed agitazioni che avvengono, è sembrato bene che sia assolutamente stroncata la consuetudine, che in qualche parte ha preso piede, contro le norme ecclesiastiche, in modo che né vescovi né preti, né diaconi si trasferiscano da una città all'altra. Che se qualcuno, dopo questa disposizione del santo e grande concilio, facesse qualche cosa di simile, e seguisse l'antico costume, questo suo trasferimento sarà senz'altro considerato nullo, ed egli dovrà ritornare alla chiesa per cui fu eletto vescovo, o presbitero, o diacono … (Concilio di Nicea, Canone XV. Del clero che si sposta di città in città)

Morto Formoso, nell'aprile dell'896, la fazione filoitalica a lui ostile, riuscì a soverchiare ogni diversa decisione e ad eleggere un suo nemico dichiarato: Stefano VI, passato alla Storia per il raccapricciante Sinodo del cadavere o anche Synodus horrenda, per aver mutuato la definizione dal processo per sacrilegio istruito Post mortem a carico di quel Pontefice il cui corpo, nei primi mesi dell'897, su indicazione del Neoeletto fu riesumato; sottoposto ad un paradossale interrogatorio e, giudicato colpevole, sottoposto ad esecuzione postuma.

Gli antefatti: già all’atto dell’insediamento di Giovanni VIII, membro della fazione romana filofrancese e, pertanto, incline alla politica imperiale dei CarolingiCarlo il Calvo e Carlo il Grosso, Formoso rappresentava l'opposizione filogermanica guidata da segmenti dell'Amministrazione civile, ma anche da pezzi di Alto Clero di cui egli era parte.

I violentissimi torbidi fra Consorterie in coincidenza della successione indusse Formoso e alcuni suoi Sodali ad abbandonare Roma nella notte tra il 14 e il 15 aprile dell'876. Il successivo 19, dopo averli accusati di aver cospirato contro lo Stato, Giovanni VIII convocò un concilio nel Pantheon ed intimò agli Antagonisti di tornare in città, pena la scomunica.

Naturalmente tutti gli Imputati disattesero l’ordine e il 30 giugno, in un secondo Concilio, furono anatemizzati e condannati in contumacia.

In agosto dell'878, durante un ulteriore Sinodo celebrato a Troyes, Formoso ottenne la revoca del provvedimento e s’impegnò a tornare allo stato laicale e a mai più rientrare Roma.

Il Successore di Giovanni: il filogermanico Marino I, sciolse dalla scomunica tutto il Clero coinvolto nella pretesa congiura e Formoso, dopo l’883, reintegrato nella carica di Vescovo di Porto, fu sciolto dagli obblighi già contratti nella città francese.

Il 6 ottobre dell’891 egli fu eletto Papa col particolare appoggio del Re dei Franchi orientali Arnolfo di Carinzia. Guido II di Spoleto capeggiò l’opposizione e lo screditato Papa dovette piegarsi a costui, già incoronato Imperatore da Stefano V: il 30 aprile dell’892, Formoso gli riconobbe il ruolo ed accettò di associargli il figlio dodicenne Lamberto II. Tuttavia, temendone lo strapotere, nel settembre dell’893 implorò l’intervento del legittimo Sovrano Arnolfo che condusse, nella primavera successiva, una prima quanto inutile spedizione.

Morto Guido, alla fine dell’894, Lamberto II reclamò la tiara imperiale: Formoso non poté opporsi e l’Imperatore tornò nell’autunno dell’895, deciso a chiudere la partita e ad assumere anche il titolo di Re d'Italia.

Offesi dal voltafaccia papale, gli Spoletini reagirono: la rivolta si concluse con la cattura del Papa e con l’assunzione del controllo di Roma; ma l’Imperatore soverchiò i Ribelli e, nel febbraio dell’896, marciò sul Ducato di Spoleto. Tuttavia, colpito da paralisi, tornò in Baviera lasciando il Papa nella impossibilità di arginare i disordini romani: la morte lo raggiunse il 4 aprile dell'896, risparmiandolo alle sicure rappresaglie nemiche.

Vestito dei paramenti papali ed alloggiato su un trono della Basilica lateranense, il suo cadavere fu chiamato a rispondere delle accuse già formulate da Giovanni VIII nel Concilio del Pantheon del 19 aprile dell’876 ma, in realtà, le ragioni erano politiche: si intendeva punire il sostegno da lui fornito ai Carolingi, in occasione della successione francese e l’amicizia con Arnolfo con la mira di liquidare Guido e Lamberto di Spoleto.

L’aggiacciante messinscena processuale fu celebrata da Cardinali e Vescovi presieduti dal Papa e un Diacono fu incaricato di rispondere in vece dell’Imputato in danno del quale fu emesso un verdetto di colpevolezza vertente nel pronunciamento della indegnità e, di conseguenza, della deposizione e dell’annullamento di ogni suo atto.

Il cadavere del papa, strappato alla tomba in cui riposava da otto mesi, fu vestito dei paludamenti pontifici, e deposto sopra un trono nella sala del concilio. L'avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile, al cui fianco sedeva un diacono tremante, che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il papa vivente, con furore insano, chiese al morto: "Perché, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo di Porto?". L'avvocato di Formoso addusse qualcosa in sua difesa, sempre che l'orrore gli abbia permesso di parlare; il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato. Il sinodo sottoscrisse l'atto di deposizione, dannò il papa in eterno e decretò che tutti coloro ai quali egli aveva conferito gli ordini sacerdotali, dovessero essere ordinati di nuovo. I paramenti furono strappati di dosso alla mummia, le recisero le tre dita della mano destra con le quali i Latini sogliono benedire, e con grida barbariche, gettarono il cadavere fuori dall'aula: lo si trascinò per le vie, e, fra le urla della plebaglia, venne gettato nel Tevere… (Ferdinand Gregorovius: Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter)

Una violentissima rivolta infuocò Roma, con ritorno in auge dei filogermanici ed una irrefrenabile smania di vendetta: il Papa fu arrestato; deposto e assassinato mentre i resti di Formoso venivano di nuovo inumati in San Pietro da Teodoro II. In seguito, Giovanni IX annullò il processo e riconobbe la validità dei provvedimenti della vittima.

L’arrivo degli Ungari da Nord gettò l’Italia nel caos e, nel 900, Benedetto IV riconobbe Imperatore Ludovico di Provenza.

Morto il Papa, però, l’anarchia si abbatté su Roma e Sergio III, dopo la deposizione e l’assassinio di Leone V, attuò un colpo di mano e riconfermò tutte le decisioni di quell’orrendo processo, disorientando Clero e Popolo.

Deceduto anche costui, nel 911, si alternarono al soglio Anastasio III; Lando e Giovanni X che restò in carica per quattordici anni; che unse Imperatore Berengario del Friuli, malgrado fosse ancora in vita Ludovico di Provenza; che compose una Lega di Stati italiani in chiave antisaracena.

In definitiva, fra il 900 ed il 966, sul trono di Pietro s’avvicendarono Benedetto IV (900/903); Leone V (903); il dissidente Cristoforo (903/904); Sergio III (904/911); Anastasio III (911/913); Landone (913/914); Giovanni X (914/928); Leone VI (928); Stefano VII (929/931); Giovanni XI (931/935); Leone VII (936/939); Stefano VIII o IX (939/942), cui nel 930 furono mozzati naso ed orecchie; Marino II (942/946); Agapito II (946/955); Giovanni XII (955/963); Leone VIII (963/964); Benedetto V (964/966), descritto dallo storico Gerberto come «…il più iniquo di tutti i mostri di empietà…» e Giovanni XIII (965/972).

Di quella stagione di crimini e lotte spietate nella quale i Papi esercitarono anche lo jus gladii, furono protagonisti i malefici Alberici Conti di Tuscolo, che scrissero una delle più torbide pagine della storia ecclesiale; fondarono ed istituzionalizzarono il regime pornocratico e, a conferma della asserita Civilisation attuata dal Cristianesimo, incorniciarono la vicenda umana e politica della bellissima Maria dei Teofilatti detta Marozia, consegnata alla Storia come emblema della depravazione; animatrice d’una fitta catena di crimini, incesti ed intrighi; lussuriosa amante e madre di Pontefici; spergiura; adultera; assassina e abilissima Politica. Tale da mettere a segno un enorme potere attraverso un complesso groviglio di alleanze favorite anche dagli importanti matrimoni contratti con Alberico I di Spoleto, con Guido di Toscana e con Ugo di Provenza e tale da fomentare le spietate contrapposizioni fra fazioni filo/imperiali e nazionalistiche alla base dell’elezione papale.

Era nata a Roma nell’892 e a quindici anni era già concubina di un Pontefice che le era anche cugino. Vivevano insieme more uxorio in Laterano: del tutto analfabeta, ella amava il potere per il potere e da Senatrix diresse l’elezione degli scialbi Leone VI e Stefano VII ritenendoli di transizione, nell’attesa che il figlio uscisse dalla minorità ed occupasse il soglio.

Sua madre, l’avvenente e corrotta Senatrix Teodora, era stata frequentatrice dell’alcova del Primate Sergio III; suo padre Teofilatto, Patrizio di origine germanica, quale Judex Palatinus, Magister Militum, Sacri Palatii Vesterarius e Gloriosissimus Dux, nonché membro degli Optimates Romani: quel ceto di facoltosi Latifondisti, Ecclesiastici e Burocrati che esercitò, dal VII a tutto l’XI secolo, le funzioni dell’antico Senato col nuovo nome di Ordo Senatorius,

fin dal 901 e per circa un ventennio, spadroneggiò su Roma influenzandone l’Aristocrazia.

I fatti: pur nella sola veste di subdiacono di una Diocesi di periferia e mai investito della Porpora, Benedetto IV aprì quel saeculum obscurum turbolento e confuso anche in ambito politico.

Fin dall’888, era Sovrano d’Italia Berengario I, confinato nella Marca friulana dopo la sconfitta inflittagli dal Duca Guido di Spoleto che, incoronato nell’891, aveva associato al trono il figlio dodicenne Lamberto. Nell’agitato contesto si era inserito nell’896, Arnolfo di Carinzia, investito della tiara imperiale da Papa Formoso.

Fra alterne vicende, nell’899 Berengario aveva recuperato le proprie prerogative, malgrado il suo potere fosse appannato dalla infausta battaglia combattuta sul Brenta contro gli Ungari, il 24 settembre dell’anno precedente.

Contro di lui, Adalberto di Toscana e vasti settori della grande Feudalità avevano chiamato al trono Ludovico II di Provenza, nel 901 consacrato da Benedetto IV Re a Pavia ed Imperatore a Roma. Tuttavia, dopo la morte del Papa, l’Italia vacillò ancora sotto l’onda d’urto dei tradimenti: voltate le spalle al nuovo Sovrano, lo stesso Duca toscano ed Adalberto d’Ivrea presero di nuovo partito per Berengario che, col supporto di contingenti bavari, a Verona a fine luglio del 905, stroncò ogni velleità dell’Antagonista, catturato; barbaramente accecato e ricacciato in Provenza.

Mentre l’Italia aveva due Re, al soglio pontificio era asceso Leone V, deposto dopo un mese dal presbiterio romano di S. Damaso, per una congiura tramata dal prete Cristoforo. Malgrado scomunicato da Giovanni IX per aver riesumato e processato il cadavere di Papa Formoso, egli tenne saldamente la tiara finché, nei primi di gennaio del 904, fu arrestato e strangolato dagli sgherri del deus ex machina della Politica imperiale Teofilatto: il 19 di quello stesso mese, egli designò Papa il quarantacinquenne Sergio III, Vescovo di Cere.

Anch’egli complice del macabro rituale riferito alle spoglie di Formoso, connotò il suo mandato di lascivia, malvagità, corruttela e d’ogni sorta di pervertimento: proprio il suo scandaloso concubinato con la quindicenne Marozia aprì l’epoca della Pornocrazia.

In quel tourbillon di eventi, il 14 aprile del 911, mentre Teodora era l’amante del futuro Giovanni X, stanca della relazione la figlia fece strangolare Sergio III, dal quale aveva avuto un bambino. Per due anni, la cattedra fu retta da Anastasio III, suddito di quella femme fatale; poi fu la volta di Landone, la cui attività si esaurì in un solo semestre; infine, nel marzo del 914, fu il turno dello spregiudicato Giovanni X: Diacono e favorito del Vescovo Pietro di Bologna, nei suoi frequenti viaggi a Roma quale iniziato alla diplomazia curiale, era stato folgorato dalle arti seduttive elargite a turno da madre e figlia che, dopo averne fatto assassinare il mentore Calione, lo insediarono al Patriarcato di Ravenna.

Storie infamanti, crimini e scismi caratterizzarono anche la sua attività, in un’Italia sempre più logorata dalle aggressioni ungare ad Est, dalle scorrerie saracene a Sud e dalle incursioni vichinghe a Nord.

A fronte dell’esigenza di liberare almeno la Campania occupata dai Mori e in spregio di Ludovico che, seppur cieco era ancora titolare dei suoi diritti, il Papa si rivolse a Berengario: lo avrebbe incoronato Imperatore, in cambio dell’aiuto ad espellere gli Infedeli.

Il Sovrano fu, pertanto, grandiosamente ricevuto a Roma ove, nel dicembre del 915, cinta la tiara e giurata la difesa dei territori della Chiesa, allestì l’offensiva antisaracena coinvolgendovi forze bizantine e longobarde, con Landolfo di Capua, Guaimario di Salerno, Giovanni di Gaeta e Gregorio di Napoli.

Il Pontefice si pose a capo dell'Esercito accanto ad Alberico di Spoleto: l’imponente battaglia si combatté vittoriosamente sulle sponde del Garigliano, nel giugno del 916.

Berengario ne conseguì un’enorme considerazione pubblica ed Alberico vi rifulse di eroismo: se Giovanni X, testimone delle sue spericolate esibizioni in campo, lo volle primo dei suoi Capitani quando si presentò a riscuotere il trionfo tributatogli dal Popolo romano, Teofilatto gli concesse addirittura la mano dell’irrequieta figlia.

Ambizioso, pugnace e bello nell’aspetto; già nell’887 investito del Marchesato di Camerino e del Ducato di Spoleto; ormai fra i più potenti Signori delle periferie romane, Alberico la sposò. L’unione rese Marozia madre di un secondo figlio, omonimo del padre.

Nuovi intrighi, intanto, incombevano sulla penisola: in Toscana, teatro di scontri per la morte di Adalberto II cui era subentrato il figlio Guido, s’era aperto un fronte di rivalità accentuate dalle trame della potente vedova Berta, figlia di Lotario II e Regista di vicende politiche nazionali influenzate da torbide passioni.

Avida ed intrigante, standogli discretamente alle spalle, per circa trent’anni ella aveva orientato l’impegno politico del coniuge in quel contesto intessuto di cupe macchinazioni, di orribili congiure e di ripugnanti tradimenti.

Giovanissima, aveva sposato Teobaldo di Lorena dal quale aveva avuto quattro figli e, una volta vedova, aveva contratto nuove nozze con Adalberto II detto il ricco che grande peso aveva esercitato nella vicenda dell’incoronazione imperiale, occupando contro Berengario il valico di Monte Bardone per impedirgli di raggiungere Roma.

In esito alla sua morte ed in cambio della investitura della Marca, il suo erede aveva fatto atto di vassallaggio al Sovrano dal quale, nel Diploma del 15 dicembre del 915, era stato definito Filiolus Noster.

A partire dal 916, però, la pace s’era nuovamente deteriorata: accantonando la Politica delle alleanze e nella prospettiva di vedere assegnata la corona d’Italia al figlio di primo letto Ugo di Provenza, l’astuta Berta aveva pianificato le nozze della figlia Ermengarda con Adalberto di Ivrea, vedovo di Gisla, a sua volta figlia di Berengario.

L’atto di ribellione era stato punito con l’arresto e la deportazione di madre e figlio a Mantova e, se la detenzione aveva avuto breve durata per la levata di scudi di tutti i Vassalli toscani, il desiderio di vendetta di Berta era tutt’affatto placato: mirando a comporre un solido arco di alleanze parentali contro l’inviso rivale, complice il genero; il Vescovo di Milano Lamberto; il Conte palatino Odelrico e Giseberto di Bergamo, ella chiamò in Italia Rodolfo di Borgogna.

Incoronato nel 923, il 19 luglio dello stesso anno, a Fiorenzuola d’Arda, egli sconfisse definitivamente Berengario che, a Verona, il 7 aprile del 925, sarebbe stato assassinato mentre si recava in chiesa.

Rodolfo era Re a tutti gli effetti, benché il Papa non lo riconoscesse.

Nel frattempo, anche Marozia affilava le armi: al Coniuge era stato negato il titolo di Patrizio e sottratto il feudo di Spoleto, assegnato a Pietro, fratello del Papa e Consul Romanorum. La reazione di Alberico era stata violenta: usurpato a Giovanni X il governo di Roma, gli si impose con tale dispotismo da indurlo ad invocare l’aiuto delle Masse; ad espellerlo dalla città; a farlo uccidere ad Orte, ove s’era rifugiato.

Per consolidare la vacillante potenza, il nuovo Sovrano aveva intanto adottato un regime di  conciliazione generale. Privo di salde radici in Italia e consapevole degli intralci interposti da molte famiglie feudali al costituirsi d’una Monarchia forte e durevole, tentò d’accattivarle con munifiche concessioni, ignaro che quanti pur lo avevano invocato al trono volevano solo eliminare Berengario e che, raggiunto lo scopo, intendevano liberarsi anche di lui optando per qualcuno realmente legato al territorio.

Ugo di Provenza incarnava tutti gli interessi in gioco. La madre, i fratellastri ed i Marchesi di Ivrea ne sostennero la causa e, col sostegno del Papa, esigente aiuto contro le fazioni romane guidate dalla agguerrita Marozia, lo invitarono in Italia.

Mentre le sue prore erano puntate verso il Tirreno centrale, i contingenti tedeschi di Rodolfo e del suocero Burcardo di Svevia, massacrati a Novara, furono costretti a riparare in Borgogna. Così, il 29 aprile di quel movimentato 926, Ugo sbarcò indisturbato a Pisa donde si spostò a Pavia per esservi incoronato dal Vescovo Lamberto e da un’Assemblea di Grandi Elettori.

L’Italia aveva un altro Sovrano.

Politico esperto e perspicace, dopo aver fondato un forte partito legato alla Corona da interessi comuni e dopo aver assegnato le più alte dignità a cugini, nipoti, fratelli e figli, Ugo concluse a Mantova un favorevole accordo con Giovanni X: lo avrebbe protetto dalle turbolente fazioni capitoline, in cambio della tiara imperiale.

Contro quella intesa, Marozia insorse: proclamatasi Patricia et senatrix populi romani e decisa a recuperare il saldo controllo di Roma, in forza dell’eredità paterna dei borghi e delle terre di Monterotondo, Poli, Guadagnolo, Anticoli Corrado, Saracinesco, Rocca di Nitro, Rocca dei Sorci, Segni, Valmontone, Guarcino, Alatri, Colle Pardo, Soriano, Paliano, Sora e Celano, sposò Guido di Toscana, figlio di Berta, per contrapporlo al fratello ed all’inviso Primate.

Per un lungo biennio la città fu teatro di furiose mischie; ma la lotta entrò nella sua fase più acuta nel 928 quando, introdotto segretamente fra le mura un poderoso contingente armato, ella assalì il Papa nel Laterano e lo deportò in Castel sant'Angelo ove, nel mese di maggio, morì per soffocamento.

Ora che anche le Consorterie nemiche avevano ricevuto un segnale forte circa il predominio romano, ella orientò la successione pietrina in direzione di Leone VI, mancato nel dicembre dello stesso anno, e di Stefano VII, morto nel febbraio del 931, nel frattempo insediando  il figlio ventunenne Giovanni XI, privo di qualsiasi requisito ecclesiastico.

Parallelamente alla consacrazione di costui, moriva Guido di Toscana.

Per le sue terze nozze, l’inesauribile ambizione di Marozia mirò molto in alto: Ugo di Provenza, opportunamente reso vedovo, le avrebbe assicurato l’agognata tiara di Regina ed il controllo dell’intera Italia.

Il Sovrano accettò la proposta e, per prevenire il veto canonico espresso sull’unione fra cognati, infangò la memoria di sua madre giurando falsamente di essere figlio illegittimo del proprio padre e di non avere, pertanto, vincoli di sangue comuni ad Ermengarda, a Guido e a Lamberto che sdegnato insorse e ricorse vanamente al giudizio dell’ordalia.

Nel marzo del 932, acquartierato l’esercito fuori dalle mura, Ugo entrò disarmato in Roma per sposarsi e, forse, anche per esservi incoronato Imperatore dal figliastro.

I suoi propositi furono però sventati da Alberico II, figlio di primo letto di Marozia: umiliato e schiaffeggiato nel corso del ricevimento nuziale per un insignificante malinteso, egli provocò una violenta rivolta contro il patrigno, col favore della Nobiltà.

Ugo riuscì a salvarsi con una rocambolesca fuga ma, il giovane fece chiudere le porte della città, inibendo alle truppe accampate all’esterno di superare le mura; fece arrestare sua madre; in una manciata di giorni, assunto il titolo di Princeps atque omnium Romanorum Senator, prese il controllo di Roma ed ordinò il confino anche del fratellastro Giovanni XI cui fu solo consentito, dall’interno del Laterano, di reggere spiritualmente la Chiesa a condizione di affiancare i nomi di entrambi nei diplomi e nelle monete.

Ereditato l’immenso patrimonio fondiario del nonno Teofilatto, Alberico II rimosse ogni residuo anarchico; separò il potere religioso da quello laico e rese l’Italia autonoma rispetto a qualsiasi interferenza straniera.

Il sipario era calato sulle turpi attività di Marozia che, solo nel 955, ancora reclusa e quasi sessantenne, apprese dell’investitura papale del nipote Giovanni XII, sedicenne figlio di Alberico.

Degno erede della dinastia, egli fu considerato una delle più turpi espressioni di quella Roma Deplorabilis, secoli più tardi alla base della ribellione di Lutero: «…il più famigerato quanto a scandali: Papa feudale quant'altri mai, immischiato in tutti gli intrighi in cui si disputava la sorte della Città Eterna, sul suo conto si riferiscono le peggiori storie di banchetti orgiastici… in cui i convitati brindavano a Lucifero!...».

Lo si volle simbolo d’ogni peccato mortale, per aver abusato della madre e delle sorelle; per aver trasformato il Laterano in un bordello; per aver intascato una fortuna in ex voto; per aver nutrito una scuderia di duemila cavalli con mandorle e fichi conditi nel vino; per aver officiato senza aver mai assunto il sacramento della Comunione; per aver evirato e personalmente assassinato un Cardinale a lui ostile.

Conferma di tale condotta risiede nelle roventi parole scrittegli dall’Imperatore Ottone il Sassone nel 961: «…Tutti quanti, religiosi e laici, accusano Voi, Santità, di omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con le vostre parenti, comprese due vostre sorelle, e di aver invocato, come un pagano, Giove, Venere ed altri demoni…».

Non a caso, Giovanni XII morì ventiquattrenne per mano di un cittadino che lo aveva sorpreso in flagrante con la propria moglie.

All’oscuro della più parte degli eventi succedutisi nel perdurare della sua detenzione, Marozia concluse il proprio percorso nel crudo isolamento decretato da quel figlio che ne aveva stroncato l’irriducibile smania egemonica.

Amante di Papi; madre d’un Papa; nonna d’un altro Papa, la donna che aveva fatto tremare Roma dal 905 quando, forte solo d’una eccezionale avvenenza e di un groviglio di intrighi, aveva amministrato per decenni la sessualità episcopale nell’intento di guadagnare alla sua famiglia un Principato in Italia centrale; la effettiva depositaria del potere spirituale e temporale di quel secolo; la probabile ispiratrice della fosca leggenda medievale della Papessa Giovanna, fu forse esorcizzata; assolta e giustiziata da Gregorio V.

Esigue sono le fonti di consultazione, a parte i non disponibili atti vaticani. E’ certo tuttavia, che quanto di ella si conosce è sufficiente a collocarla nel novero dei personaggi femminili più foschi, prestati al potere maschile ed inclini all’uso spregiudicato dell’alcova.

In quell’epoca in cui le donne influenzarono le scelte politiche e fomentarono complotti e vendette, ella forse fu, come scrisse il cronista Liutprando, una di quelle che amavano avere due padroni per tenere in rispetto l’uno per mezzo dell’altro.

Ebbe davvero padroni, o fu padrona?

Ed infine: censurabile la sua dissoluta condotta, o quella dei suoi depravati Pontefici?

Vale il richiamo alle conclusioni del Concilio Vaticano I: «…la Chiesa può andare avanti benissimo senza i Papi… Gesù è il capo della Chiesa e non il Papa…»!

Quanto a Giovanni XI e su Giovanni XII:

Il primo, com’è riportato nel Liber Pontificalis di Louis Duchesne, fu …Iohannes, natione romanus, ex patre Sergio papa…(Giovanni, di stirpe romana, figlio di Papa Sergio…).

Adolescente Cardinale Prete di Santa Maria in Trastevere; di intelligenza mediocre; morì all’improvviso a venticinque anni, nel dicembre del 935 … dopo essere vissuto per cinque oscuri anni sotto lo sguardo vigile del fratello

Il secondo mantenne abitudini licenziose fino allo scandalo e fece del palazzo del Laterano la sede delle sue dissolutezze.

Venuto in giovinezza immatura al possesso di una dignità che gli dava diritto alla reverenza di tutto il mondo, smarrì la moderazione dell’intelletto, e si gettò nel vortice dei piaceri più sfrenati. Le sue case del Laterano diventarono un ridotto di piaceri, un vero harem; la gioventù ragguardevole di Roma diventò sua compagnia favorita; passava tutto il suo tempo in cacce, in giuochi, in amorazzi, a mensa col bicchiere alla mano. Un tempo, Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo; adesso Giovanni XII dava in una stalla di cavalli la consecrazione ad un diacono, forse in quella che erasi alzato ubbriaco fradicio da tavola, dove, con lepidezza pagana, aveva fatto frequenti libazioni ad onore dei numi antichi… (Gregorovius)

Si circondò di Donne e di Giovanissimi e quando fu cacciato da Roma in seguito all’arrivo dell’Imperatore Ottone di Sassonia …Campaniam fugiens, ibi in silvis et in montibus more bestie latuit… (Liber Pontificalis)

Morì, come testimoniò Liutprando, colpito a morte mentre commetteva adulterio: … dum se cum viri cuiusdam uxore oblectaret, in temporibus adeo a diabolo est percussus, ut infra dierum octo spacium eodem sit vulnere mortuus. Sed eucharistiae viaticum, ipsius instinctu qui eum percusserat, non percepit …

Bibliografia: